Musei e studiosi
Un posto dove andare, a Tokyo, e altro #ultragiappone
Eccoci qui, prima di tutto vorrei ringraziare voi seguaci di questa newsletter che definire irregolare è farle un complimento.
Sono stato un po’ occupato in altro, ma mi mancava scrivere e farmi leggere da voi quindi eccomi.
RIAPRE UN MUSEO BELLISSIMO
È rimasto chiuso per 4 (quattro) anni, un periodo lunghissimo per un museo, ma da aprile (inizio dell’anno scolastico-lavorativo in Giappone) ha riaperto il museo Edo-Tokyo. È uno dei primi luoghi che ho amato appena arrivato qui e oltre a raccogliere reperti e oggetti che raccontano la storia della città (le città, volendo: Edo si è trasmutata in Tokyo) racconta bene cosa è l’idea di museo per i giapponesi. È pieno di ricostruzioni, zone immersive con edifici visitabili, repliche di oggetti del passato che si possono toccare; insomma una realtà virtuale reale immaginata prima della tecnologia digitale.
Con la riapertura non è cambiato moltissimo (in 4 anni avrebbero potuto radere al suolo l’edificio in stile guerre stellari e rifarlo da capo ma per fortuna è sempre lì), ci sono alcune aggiunte (in particolare la replica di un edificio della Tokyo Meiji e la possibilità di entrare al piano terra del teatro di kabuki, nella zona dell’ingresso) e la struttura dell’edificio è stata rinforzata. L’esposizione di oggetti tipici della cultura cittadina, dopo le teche dedicate agli anni ‘60, ‘70, ‘80, ‘90, ‘00, ‘10, ha degli spazi vuoti da riempire da adesso in avanti. Verosimilmente li guarderanno i nostri figli e nipoti come noi guardiamo le repliche (visitabili nel museo) case degli anni ‘50. Prepararsi a musealizzare il futuro è una cosa deliziosamente #ultragiappone, secondo me.
E poi c’è una questione storica: mi ha sempre colpito l’approccio dei curatori del museo al periodo Shōwa (dagli anni ‘20 al secondo dopoguerra). Il periodo imperialista del Giappone è analizzato obiettivamente, con reperti che ne rivelano le politiche di aggressione estera e di controllo della popolazione con tecniche di lavaggio del cervello. La parte che riguarda la distruzione di Tokyo nel ‘45 è implacabile e lontana dallo spirito auto-assolutorio che si può trovare altrove.
A questo proposito ho avuto l’occasione di parlare con uno dei curatori del museo, il dottor Taro Nitta (sì, il vostro è andato alla pre-apertura per i media) e gli ho chiesto questo:
Io: mi ha sempre colpito come questo museo evidenzi chiaramente le responsabilità del governo giapponese nel periodo della guerra, è una scelta dichiarata dei curatori?
Nitta san: Noi presentiamo gli eventi, ciò che è successo. A questo proposito ci sono varie opinioni ma quello che presentiamo sono i fatti basati sulle prove. Prove che noi esponiamo nel museo
Io: non tutti i musei lavorano così, però
Nitta san: (ride un po’ imbarazzato)
Io: non le sto chiedendo un commento in merito, non si preoccupi
Nitta san: (si tranquillizza)
Io: Avete mai ricevuto delle proteste o reclami riguardo a questo tema?
Nitta san: Riceviamo varie opinioni e cerchiamo di rispondere con gentilezza e chiarezza
Ereditiamo la memoria?
La ricerca sugli insetti fatta da un bambino di 10 anni: un’altra storia #ultragiappone. Questo bambino, studiandoli per la ricerca durante le vacanze estive, ha scoperto qualcosa di nuovo sui comportamenti di bruchi e farfalle.
Mettendo a paragone i comportamenti dei diversi esemplari ha scoperto che ciò che alcuni di loro imparano viene trasmesso agli esemplari delle generazioni successive. È una scoperta che altri ricercatori del campo (adulti, s’intende) non avevano ancora fatto. Jo Nagai, l’autore della scoperta, potrebbe essere già diventato un ricercatore rivoluzionario nel campo dell’entomologia e non solo.
Gli uccelli parlano
Per il programma della NHK che mi ospita, Cool Japan, ho avuto la grande fortuna di incontrare il professor Toshitaka Suzuki, un ornitologo diventato molto famoso negli ultimi mesi.
Grazie ai suoi studi adesso sappiamo che alcune specie di uccelli usano non solo una serie di suoni convenzionali per indicare dei concetti, ma li combinano per creare una comunicazione basata su un tipo di grammatica. Questo non succede nemmeno nei nostri parenti ominidi (gorilla e bonobo inclusi).
Chiacchierare con il professor Suzuki è stata una delle esperienze più stimolanti che mi siano capitate negli ultimi mesi, e nel discorso è entrata la notazione della musica giapponese (lui ha segnato i fonemi degli uccelli con i caratteri katakana, come si fa per la musica tradizionale), Messiaen e san Francesco.
Mi piacerebbe tornare a intervistarlo, quindi se qualcuno vuole commissionare il pezzo, io sono pronto.
Per oggi è tutto, buon fine settimana e ci vediamo!

